Questo è mio padre.

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Egidio Giovanni all’anagrafe, Gianni per tutti.

Questa foto la scattai una quindicina d’anni fa e, sicuramente, all’epoca era un uomo diverso. 

Papà era un uomo buono, infinitamente buono, con un animo generoso ed era molto intelligente.

Aveva un carattere difficile, complesso, a volte irascibile ed insopportabile.

Caparbio come un mulo, procedeva per la sua strada per raggiungere i suoi obiettivi senza ma e senza se.

Un uomo determinato e lungimirante. Una formichina. Umile.

Amava leggere di tutto ma, in particolare, i libri di fantascienza, la sua casa era stracolma di libri di ogni genere e di Urania. Come se sentisse l’esigenza di circondarsi di tutto quel sapere che da bambino gli era stato privato. Gli piaceva ascoltare la musica, soprattutto la musica sarda, ma aveva un debole per cantanti come Enrico Musiani, Nilla Pizzi, Claudio Villa… gente che aveva la voce vibrante come lui, per le rarissime volte che l’ho sentito cantare.

Amava la natura, passava ore a passeggiare fra i boschi, a raccoglierne i fiori e beneficiare dei frutti. Adorava gli animali ma in modo rispettoso, tenendoli al loro posto, vivendoli nel loro ambiente. D’altra parte lui è nato pastore e questo se l’è portato dentro per tutta la vita.papa-giovane-telaio

Creativo e colorato, non stava mai con le mani in mano.

Ricordo che, anche da bambina, lo vedevo sempre indaffarato a fare qualcosa: in cantina ha costruito mobili, in casa ha riparato scarpe (amava fare il ciabattino), ha realizzato tantissimi oggetti con il filo di rame per tornare a lavorare il legno, una delle materie che adorava infinitamente: sapeva trasformare, combinare e riprodurre… gli mancava la “raffinatezza”, ed uno dei miei più grandi rimpianti è non aver saputo dar valore alle sue doti, nemmeno con le parole.

Nella sua vita ha fatto di tutto: ha scritto, dipinto, tribolato… oh, sì, quanto ha tribolato. Si industriava sempre in modo positivo, rendendosi un uomo indispensabile e poliedrico: se non sapeva fare qualcosa imparava a farla.

Papà, quindi, era un animo sempre in movimento, alla ricerca di varie possibilità d’espressione, come se sentisse l’esigenza di lasciare qualcosa di tangibile dopo di lui, qualcosa fatto con le sue manone un po’ gonfie e rovinate. filatiQuando da Milano ci trasferimmo a Cologno Monzese, riprese fra le mani una passione che aveva da ragazzo: il lavoro a telaio ed in quella finalizzò il suo equilibrio creativo.

Soprattutto dopo essere andato in pensione, passava ore ed ore a scegliere e comprare filati di cotone, di mille colori, di mille fattezze.

Si preparava i telai con centinaia di piccoli chiodini, con la pazienza di un certosino e, sempre con la stessa incredibile pazienza, faceva migliaia, milioni di nodini realizzando degli arazzi unici e stupefacenti.

Erano opere astratte o rappresentative di fiori, campagne, mari, animali e tutti i colori della sua terra, la Sardegna, che tanto adorava… il suo pensiero colorato si riversava su queste opere personalissime, che amava profondamente e delle quali andava oltremodo fiero.

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Il suo orgoglio e la sua fierezza erano la chiave di lettura in tutto ciò che faceva e diceva.

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In questa immagine papà mostra con fierezza l’opera incompiuta, ispirata alla Basilica Santissima Trinità di Saccargia, realizzata negli anni ’80 con legni e fogli di acetato arancione di recupero. Il campanile non ha mai avuto tempo (o voglia) di farlo.

Un gran parlatore, papà… diciamo soprattutto all’esterno, meno in casa perché sempre preso dai suoi pensieri e dalle preoccupazioni.
Gli piaceva parlare soprattutto quando ci ritrovavamo nelle varie occasioni; i suoi argomenti preferiti erano i ricordi della sua infanzia, i paradossi di una vita portata via dal tempo, le avventure e disavventure che fin da bambino ha attraversato. Dall’essere pastorello, lasciato solo a 5 anni in campagna a badare alle bestie, alla malaria che per 4 anni da bimbo l’ha colpito, al suo avventuroso spostamento dalla Sardegna al Continente… fino al presente, un presente intriso di logiche astruse, politica e rabbie.

Mio padre è stato un uomo vivo. 
Ha vissuto una vita intensa, fatta di sofferenza fisica alla quale ha sempre reagito come un leone arrabbiato, come un vero combattente, sfiorando la morte da sempre, vincendo la cancrena ad un braccio con miracoli impensabili di una chirurgia fatta di tempi lunghi e sofferenze, vincendo emiparesi, cancro, sofferenze polmonari e lottando ogni giorno con un diabete che se l’è letteralmente mangiato vivo.

Da quella sofferenza fisica si è spento nel dicembre 2014, a 79 anni, dopo che per 4 anni aveva smesso di lottare e la sua anima ha smesso di ardere nell’ombra emaciata di sé stesso, con la mente ottenebrata dal dolore.

 

Oggi è la festa del papà ed io ho voluto, dopo 16 mesi, parlare di lui (e solo di lui) così. Per il suo ricordo “in qualche modo”: non preciso, poco arguto, molto di pancia, ma che mi darà lo spunto, ogni volta che rileggerò questo post, di pensare ai colori che mi ha lasciato.

Buona festa del mio Papà.

 

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