Il tempo scivola e ti ritrovi a scrivere un numero interminabile di anni, un percorso di vicissitudini iniziate a volte concluse a volte in corso.

Data la stagione non mi sarei aspettata davvero una giornata così solare ed ora il mio abito a maniche lunghe mi sembrava eccessivo.
Mentre mi preparavo guardavo il riflesso allo specchio. Avevo compiuto da pochi mesi proprio diciannove anni. Il riflesso di me stessa era quello di una bambina con i capelli corti, acconciati la sera prima dalla mia parrucchiera come una donnina. La coroncina di perle fra i capelli e l’abito semplice ed azzurro, mi davano un’aria più composta e più consona al mio ruolo.
Il fotografo in soggiorno stava sclerando per sistemarlo nel modo a lui più comodo. Un uomo sui cinquanta, chissà se avrebbe fatto bene il suo lavoro, mi chiedevo.
La mia madrina aveva appena finito di truccarmi, toni delicati e pastello per un viso troppo infantile.
Esco dalla camera di mamma, conscia del fatto che sarebbe stato il mio ultimo giorno in quella casa. Appena il fotografo mi vede si illumina. Bellissima, dice. Sarà un servizio stupendo. Si scatena ma non mi lascio fotografare in nessun modo che non sia più che pudico. Odio le esibizioniste e poi per me non è necessario. Ho deciso per creare una situazione morigerata, seria ed irreprensibile. Non mi piace il chiasso. Odio gli eccessi. È già stato un successo farmi indossare un abito lungo e l’ho accettato solo perché l’ha cucito mamma.
Guardo mamma e papà e mi commuovo. Sono bellissimi. Federico zompetta felice urlando al mondo che deve sposarsi con mamma e papà… gli sorrido e gli faccio le ultime raccomandazioni. Saluto tutti con un’aria composta e non adatta alla mia età, faccio gli onori di casa fra amici e parenti che vengono a salutarmi e, quando tutti sono usciti, guardo papà. È l’ora.
La Giulietta è fuori che mi aspetta.
Papà mi porge il braccio e chiude casa. Siamo rimasti solo noi. Scendiamo le scale. Qualcuno dalle finestre mi grida auguri ma sto contando i passi per arrivare alla macchina. Luigi mi apre la portiera e mi saluta galantemente dicendomi quanto sono bella. La macchina è invasa dai fiori. Il grigio della carrozzeria pare brillare al sole settembrino. Il tempo è mite, pensavo peggio. Silenziosa aspetto che papà si sieda al mio fianco e andiamo. Facciamo un giretto in più chè le spose si devono far attendere. Anche al mio matrimonio in ritardo, quasi non ci credo. Ma pare sia un rito.
Fuori dalla chiesa non c’è più nessuno.
Il portone è spalancato, aspettano tutti me. Mi tremano le gambe per un istante e mi appoggio al braccio di papà con forza. Siamo davanti al portone. Papà si ferma un attimo, mi guarda e mi dice -Sei ancora in tempo Maria (papà mi ha sempre chiamato con il mio primo nome)… se vuoi ti porto a casa.-
Ormai non torno più indietro. Gli ultimi mesi si fiondano come un film veloce fra i miei pensieri. So che papà lo farebbe ma io no. Sono troppo caparbia. Ho voluto punirmi ed ormai andrò a fondo della cosa, consapevole delle battaglie che dovrò intraprendere.
Lo guardo con un sorriso tirato: – Grazie papà, me lo ricorderò sempre. Andiamo.-”

Quando gli dissi che ci stavamo separando, proprio quattordici anni dopo, i suoi grandi occhi neri si riepirono di lacrime… ed io ricordai.

Questa data, per me, ha segnato un momento molto importante per la mia vita. Mi ha cambiata, cresciuta, spezzata…

Inoltre… il 21 settembre 1985 nasceva il mio gattone. Il mio caro e vecchio Lady, auguri amico mio!

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