Serata in solitaria.
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9 luglio 2004
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Post-sbronza… l’alcool fa male. Non sempre però.

Non ero molto convinta della serata ma alla fine mi sono preparata come se dovessi andare e colpire. I complimenti sono fioccati ed il mio ego si è elevato alle stelle. Non mi spiego il perché ma sono ad un punto della mia esistenza in cui mi rendo conto che, il complimento, se fatto da una donna vale molto di più dello stesso fatto da un qualsiasi uomo con occhi luccicanti e bramosi. Comunque…
Decidiamo di andare al Puerto Alegre, dove ci sarà la cena aziendale, in tre. Sono d’accordo con Giulia che passerò a prenderla a casa alle 19,40. Con Paola ci troveremo qui “alla pianta”, sotto i nostri uffici. Ci sentiamo verso le 19,15 con Paola e ci rendiamo conto che i tempi saranno un po’ più lunghi. Meglio per me ho il tempo di truccarmi. I tempi diventano orrendamente “più lunghi” e, dopo varie vicissitudini che mi incriminano miseramente, arriviamo al locale con un ridicolo ritardo di un’ora. Naturalmente sono già tutti seduti ai tavoli. Giulia e Paola sono state incastrate in un tavolo “nominale” io sono libera ma così libera che mi sento addirittura a disagio. Ho la sensazione di non avere più riferimenti. I miei colleghi storici mi salutano a malapena. Cerco disperatamente altri riferimenti più attuali, i ragazzi con cui pranzo ogni giorno, ma non li trovo. Qualcuno mi chiama e mi ritrovo seduta ad un tavolo dove non mi sento propriamente a mio agio. Sento che la serata sta prendendo una piega che non mi piace. Cerco di mettermi comoda, dialogo amabilmente anche con un collega che ho sempre ritenuto insopportabile. La cena è orrenda, sono affamata e ingurgito le seppioline grigliate affogate in una salsa a base di limone (io odio il limone!) ed il cucchiaio di risotto agli asparagi e gamberetti con altro cucchiaio di pasta a non so cosa. Finito. La cernia mi ha terrorizzata alla sola vista. Mi sono consolata con una miserabile fettina di crostata alla frutta e vino… tanto vino bianco… ma così tanto che non ne tenevo nemmeno più il conto, soprattutto quando hanno iniziato a portare le bottiglie fresche. E l’alcool mi ha dato il coraggio. Intanto ho iniziato a messaggiare penosamente con Lele. Infelice di tutto. Dopo lo spettacolino, con balletti patetici e lustrini, ci siamo infine sganciati dai tavoli e ritrovati con i casinari. Finalmente la serata risaliva. Risatine, commentini, abbracci, baci…sbronzi! Sbronzi come velieri in balia delle onde con mare forza 9. È partita una programmazione musicale di balli di gruppo latino-americani. Per un momento mi sono ritrovata al villaggio turistico dell’estate scorsa. Volevo rimettere. Con nostra immensa fortuna, finita l’animazione, il dj ci ha regalato della splendida musica dance-commerciale-revival anni ‘70/’80 e lì… lì ho dato davvero il meglio di me stessa. Ballavo come non mai. Leggiadra come una libellula sui miei sandali dal tacco stratosferico. Non sentivo il peso del corpo grazie all’alcool. Ridevo come una ragazzina. Ho afferrato un’amica piccolina come me ed ho iniziato a farle fare delle evoluzioni danzanti da lasciarmi senza fiato. Non mi stancavo e premevo su tutte le mie forze lasciando senza parole chi, da sempre, era abituato a vedere una timida Cristina che, al massimo, accennava a due passetti di danza. Uno sfogo dei sensi. Uno sfogo del corpo racchiuso da troppo tempo in un involucro eccessivo. Fantastico. Ridevo, chiacchieravo con tutti amabilmente e quella serata, che pareva si sarebbe conclusa prestissimo, è stata un protrarsi di stupende emozioni. Sempre in salita dunque. Ho rivisto gente che non vedevo da anni. Ho gioito con loro continuando ad ingurgitare vino bianco nell’attesa che, da un momento all’altro, uscisse da tutti gli orifizi?
Alla una, con Giulia, ci siamo dirette al bar per consumare il nostro free-drink. Ecco il colpo di grazia. Un bel Margarida (non so come si scriva) rosa, freddo, ghiacciato. Scendeva che era un piacere! L’ho assaporato seduta al tavolo chiacchierina, accaldata e ridanciana. L’effetto dell’alcolista era ottimo. Non i soliti musi intrisi di tristezza ma solo una gioia sfrenata.
Abbiamo chiuso il locale.
La musica è scemata e le luci si sono accese. Alle tre tutto è finito. Ma facevamo fatica a staccarci, stavamo molto bene. L’ultimo gruppetto di una dozzina di persone, fuori dal locale, che non ci stavano più dentro ma che non volevano finire così. Dove si va? Che si fa? Io non capivo più nulla. Sentivo i piedi pesanti e cominciavo a realizzare che, se mi avessero fatto l’etilometro, mi avrebbero ritirato la patente per tutta la vita. Dovevo riaccompagnare Giulia a casa. Paola alla pianta e Betty, unitasi all’ultimo, anche lei? accidenti ma come stavo??? Male. Molto, molto male!
Mi dirigo in solitaria al recupero dell’auto. I piedi urlano. La camicetta leggerissima è una camicia di forza. Per fortuna mi ero premunita portandomi delle comode ciabattine estive ed un top di cotone. Entro in auto a fatica. Ho una nausea tale da non darmi pace. Sensazioni amplificate a mille. Mi spoglio completamente. Tolgo la camicetta, il reggiseno estetico e infilo il top. Pare vada meglio. Dopo qualche secondo realizzo che devo assolutamente muovermi, se resto ancora ferma due minuti svengo. Il sonno mi attanaglia i pensieri e non devo dormire!
Recupero le ragazze e, per fortuna, non si decide d’andare da nessuna parte se non a casa. Accompagnamo Betty. È la prima. Cominciano a parlare rumorosamente e stento a seguire i discorsi. Ma percepisco un argomento che martella i miei pensieri. Betty e Giancarlo non stanno più insieme. Cavolo. Non è possibile. La guardo disperata e quasi mi viene da piangere. Per me, Betty, è sempre stata un punto di riferimento. Divorziata da tempo immemorabile, conviveva con il suo compagno da oltre dieci anni. È finita. Non l’ascolto più ed i miei pensieri vanno a Lele. E se capitasse anche a noi? Non so se potrei reggere una sconfitta così grande… lasciamo Betty a casa e ci dirigiamo verso casa di Giulia. Anche lei inizia la sua storia. Siamo donne piene di storie da raccontare. Mentre fatico a mantenere ancora un po’ di dignità alla guida seguo il filo dei vari discorsi. So che mi ritroverò sola con Paola e non voglio far la figura dell’ubriacona. Riesco a malapena a contare le macchine davanti. Strano sono sempre doppie. Mantengo un’andatura ragionevolmente bassa per non correre rischi. È complicatissimo ma non è la prima volta che guido sbronza come un cammello saturo.
Finalmente siamo alla pianta. Scappo senza nemmeno aspettare che Paola salga in auto. Non vedo l’ora di toccare il letto e, quegli ultimi sette chilometri che ogni giorno faccio quasi ad occhi chiusi, mi appaiono lunghissimi e faticosi. Dio solo sa come ho fatto a mettere l’auto in box. Lascio tutto in auto e scappo verso l’ascensore quasi in preda alla disperazione. Entro a casa e nella concitazione butto tutto sul pavimento, spogliata, infreddolita, mi infilo il pigiamino azzurro, punto la sveglia alle nove e mi spalmo sul lettone senza nemmeno premurarmi di sollevare le lenzuola. Svengo.
La sveglia stamattina è stata una campana a morto. Un’assillo inenarrabile che mi ha riportata al mondo. Sollevo la testa per spegnerla e ? ohhhhh nooooo, non ce la posso fare. Il vuoto mentale. Il vuoto dei sensi. La nausea attanagliante… i sintomi post-sbronza mi martellano e, ancora ora che sto scrivendo, sono in condizioni pietose. Ci metto due ore per rassettare la mente, il corpo. Federico, chè uscirà solo alle dieci, tiene banco in bagno e io non posso permettermi di saltare la doccia. Uscito lui comincia il mio restiling. Difficilissimo. Il corpo proprio non risponde, l’unica cosa che mi fa sentire viva è la sensazione di nausea che mi tormenta minuto dopo minuto.
Alle 10,40 finalmente riesco ad aprire la clear del box. Entro affannatamente e mi concentro sulla guida. Quasi non mi ricordo come si fa. Ci metto cinque minuti a tirar fuori l’auto e, accidenti, dallo specchietto retrovisore vedo mio padre che mi guarda incuriosito. Scendo dall’auto e gli spiego d’essere vittima del vino bianco. Sogghigna. Mi suggerisce di passare da mamma a salutarla. Avrei preferito evitare ma ormai non posso tirarmi indietro. Mia mamma comincia a parlarmi di caffè bollente, bicarbonato, pillole per il mal di testa lancinante. Cerco di spiegarle che non è il caso e mio padre mi allunga delle fette biscottate. Lo guardo grata e le mangiucchio fiduciosa. Non va molto meglio ma oramai sono le 11,10 e DEVO per forza andare in ufficio. Appena salita in auto chiamo Giulia. Sogghigna. “Dove sei?, Che hai?, Lo sai che sono in piedi dalle sette?” . Accidenti. Beata te ma come hai fatto? Io sono uno straccio comunque sto arrivando.
Ed eccomi qui.
Francesca mi ha chiamata e anche lei non era messa meglio. Che sintonia però! Chi meglio di me stamattina può capirla?
Mancano due giorni.

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