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Quando l’amore supera ogni cosa. (PARTE TERZA – Tanti auguri)

Mi aspettavo un pub completamente diverso. E invece, paghiamo i nostri ricchi dieci euri per entrare e… oddio, quanto sono piccola, mi sento a disagio da morire. Il locale è piccolissimo. Pieno di gente da sentire la sensazione d’essere una briciola del tonno compresso nella scatoletta. Ma pare proprio essere solo una mia sensazione. Un po’ di malessere, forse dato anche dall’alcool. Ci troviamo un angolino leggermente rialzato e a suon di hip-hop commerciale muoviamo i deretani. I tavolini ad altezza della mia bocca infastidiscono i movimenti e mi innervosisco. Mi guardo in giro e considero che l’età media è sui vent’anni. Lele mi scruta con attenzione. La Fata si avvicina e mi dice che se preferisco possiamo andare via. Non mi pare proprio il caso. È passata da poco la mezzanotte e so che loro vorrebbero andare avanti per un bel po’. Le pare, sulla differenza d’età mi assalgono. Il fastidio è così forte che decido per una breve visita al bagno. È pieno di bambine. Il disagio sale nel vedere lo schifo in cui sto appoggiando i piedi. Disgustata esco dal bagno e dico a Lele d’aver bisogno di un po’ d’aria. Decide di accompagnarmi. Non rientriamo più al locale. Iniziamo ad aspettare sulla via trafficata, davanti ad una sede politica dove stazionano carabinieri. Tutta la zona è pattugliata e permansa di forze dell’ordine. Dopo quasi un’ora decidiamo di andare alla macchina e di aspettare lì le ragazze. Dopo le due arriva Francesca. È nera. Sta vivendo un momento di disagio personale e non ha molta voglia di far caciara. Ciò nonostante ci racconta dell’abbordaggio di un tipo e di una caduta teatrale che ci fa sorridere. Inizia a piovere a catinelle e ci dirigiamo davanti al locale per aspettare Daria e Vanda che sarebbero uscite di lì a poco. Sempre sotto una pioggia torrenziale torniamo verso casa. Siamo tutti più silenziosi. Io mi addormento di fianco a Francesca e mi risveglia solo una botta al ginocchio. Un leggero tamponamento alla vettura ferma davanti a noi al casello. I freni non hanno risposto bene… Roma e dintorni sono un fiume.

L’indomani mattina il risveglio è lento. Verso le dieci cominciano le usuali chiacchiere tra me e Francesca. È come un rituale. In quei momenti ci sentiamo molto sorelle. In pigiama, con aria assonnata ed i capelli ancora scaruffati ci aggiorniamo sugli avvenimenti noti e meno noti. Siamo noi due. Due donne che hanno un legame così stretto ma che non possono godere della quotidianità.

All’Hard Rock Cafè arriviamo puntuali. Il tempo si è reso nuovamente clemente e ci regala qualche raggio di sole. Il locale è stracolmo. Molti gli stranieri. Medusa, Penelope e LPBell ci stanno già aspettando e hanno prenotato il nostro tavolo. L’atmosfera fra noi è bellissima. Le chiacchiere volano ed il pranzo è ricchissimo di cose pasticciate e ricche di salse. Ci lasciamo andare rimandando al lunedì il proseguimento della dieta. Guardo Medusa e Penelope e mi si riempie il cuore. Penelope ha un’attenzione per LPBell che quasi mi commuove. Con parole semplici spiega tutto ciò che incuriosisce la bambina, la asseconda disegnando con lei sui tovaglioli di carta. Quando guardiamo l’orologio sono le tre passate del pomeriggio. Insieme alla cameriera, che ha portato a Lele una sorta di minidessert con candelina, cantiamo a squarciagola tanti auguri a te e ancora una volta la sensazione di cameratismo mi pervade, sentendomi tutt’uno con questi amici che ho la fortuna di conoscere.
Camminiamo per le strade di Roma pacatamente. Chiacchierando e beneficiando di questa giornata di calore. Le vetrine. LPBell che cinguetta come un uccellino. La gente che ci sfiora e cammina intorno a noi. Roma.
Ci accomiatiamo con un po’ d’amarezza, con la promessa di ritrovarci ancora al prossimo incontro e la speranza segreta, dentro ognuno di noi, che effettivamente accada.

I preparativi per la cena sono finiti. La casa è pronta per gli ospiti. Abbiamo deciso per la pizza. Altro cibo ci avrebbe uccisi.
Gli amici cominciano ad arrivare.
A casa di Francesca è come se ognuno si sentisse un po’ a casa propria. Francesca nasconde la sua tristezza sotto una corona ed una bacchetta magica. Si mette l’aria della festa e decide di “vestirsi” da giullare per tutti noi. I primi a varcare la soglia sono Alessandra (detta anche Sassa la Capogruppo), Riz (il suo fidanzato fresco fresco in arrivo da Londra) e Silvio (il suo tenero fratello con il sorriso timidissimo). Rientrano da un week end velocissimo a Catania. Una marea di chilometri in pochissime ore e sono lì, con noi, per festeggiare il compleanno di Lele. Con loro c’è una cara amica si Sassa che avevamo già conosciuto alla cena precedente.
Ci abbracciamo. Conosciamo Riz che, purtroppo per me, parla solo in inglese ed intanto Sassa e Silvio vanno a comprare pizze e birre.
Il citofono continua a suonare e, poco per volta, la casa si riempie.
In attesa delle pizze Francesca ci delizia con il suo inglese in uno show descrittivo delle sue pene in onore di Riz. È fantastica. Faccio fatica a non piangere dal ridere.
Sassa e Silvio rientrano con le pizze. Do una mano a Riz a sistemare le birre in frigo e per l’ennesima volta maledico la mia timidezza sul parlato inglese. Sommariamente capisco quasi tutto ma non riesco a mettere insieme una frase per paura di apparire ignorante come una capra.
Sassa è esuberante come sempre. Tiene banco nell’imitare alcune vicissitudini di Francesca, ormai nota cascatrice.
La serata prosegue fra le chiacchiere di tutti. Ogni tanto io, Lele e Daria ci sentiamo fuori dal ménage e ci confortiamo fra noi. In questo modo ho la possibilità di approfondire meglio la sua conoscenza ed è uno scambio d’informazioni.
Ecco il momento della torta. Buttiamo fuori Lele e improvvisiamo le candeline con un “fungo candela” di fortuna. Le luci basse. La torta è bellissima, fragole e panna, una delle sue preferite. Lo facciamo rientrare e timidamente finge di non essersi accorto di nulla e accenna un ironico stupore. Gli auguri cantati a squarciagola. I regali. I bacini… e piano piano la casa si svuota con la promessa di rivederci tutti prima dell’ultimo dell’anno.

L’indomani la partenza. Malgrado ci siamo svegliati di buon ora ci ritroviamo a correre come pazzi fra le vie periferiche di Roma per recuperare un trenino che ci porterà alla stazione Termini a prendere la navetta per l’aeroporto. È tardi. Abbiamo perso l’aereo. Butto qualche lacrimuccia di rabbia per aver perso i biglietti e mi metto in contatto con la mia agenzia di Milano che provvede subito a trovare la soluzione migliore facendo dei nuovi biglietti con Meridiana.
Arriviamo a Milano un ora e mezza dopo l’orario previsto.
Milano. Casa.
È bello essere qui, fra le nostre cose, fra il nostro grigiore. La nebbia ci aspetta. Ma Milan l’è semper Milan.

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