Sono le quattro e mezza di mattina, ho freddo, anzi freddissimo, un mal di testa incessante e le ossa completamente a pezzi. Ma la parte scelta di questi malesseri è senz’altro la tosse secca con relative ripercussioni sullo sterno. Un ora fa mi sono svegliata e non mi è più possibile riprendere sonno. Con queste prerogative, ed un benagol che lenisce il dolore alla gola, vengo ad imbrattare “i muri” del mio blog.

Giovedì era il compleanno di mio fratello. Quarant’anni. Ha raggiunto una bella meta e lui è convinto d’aver fatto il primo giro di boa. Dopo la cena della vigilia di Natale avevo deciso di chiudere i miei soliti entusiasmi ed evitare qualsiasi contatto, il giorno della befana, con lui e la di lui famigliola. Mia mamma l’ha messa giù malissimo. Ha cominciato a rendere i discorsi patetici a tal punto che mi sono ritrovata bloccata da lei a riorganizzare il pranzo per mio fratello. Evvabbè. Passata la rabbia, cosa non si fa per la famiglia, ho messo su il sorrisone della festa ed ho fatto la cameriera-animatrice.

Per il fine settimana speravo di riuscire a scappare da Milano con il mio Lele. Abbiamo un bisogno assoluto di viverci un po’ di noi. Non c’è niente da fare, come al solito siamo avviluppati dalle vicende casalinghe e familiari.

Ma stavolta è andata meglio!
Le premesse non erano granchè, dato che dovevamo smontare gli addobbi sia a casa che a scuola. Solo a guardarli la tentazione era quella di mollarli lì, dov’erano, fino all’anno venturo (in fondo saremmo stati controcorrente no? Coerenti con il credo ed il significato stesso del Natale) in più ci sarebbe toccato ripulire e riordinare tutto. Inoltre c’era sempre in sospeso la testata del nostro letto da fare. Dovevamo sistemare tutto ed in più da ritirare anche i biglietti per il concerto della Merqury band di martedì sera, chè, diversamente, saremmo rimasti ad ascoltare in undici cristiani fuori dal teatro.

Così, sabato mattina, in preda ai migliori propositi ci rechiamo a Carugate, cittadina alle porte di Milano (bhè appena più in là) resa ancor più nota dalla presenza di un fantastico centro commerciale immenso più aichia e castorama. Insomma il paradiso dello “spender a più non posso”.
(interruzione… la tosse mi devasta, gli occhi si sono fatti lucidi, il cervello si è spappolato per un attimo per ricomporsi, miracolosamente, come il materiale con cui era fatto terminator2).
Ci inginepriamo all’interno del centro commerciale, subito dopo aver ritirato solo dieci degli undici biglietti previsti (risolveremo in loco martedì sera per la rimanenza, tutt’al più non entrerò…). Quando entriamo in posti così è finita. Guai, ma assolutamente guai, avere a dietro nell’ordine: soldi contanti, bancomat e/o carte di credito. Nel carrello, o cestino, entra di tutto. Naturalmente tutto quello che è “assolutamente indispensabile” di cui, insomma, è impossibile fare a meno. Via, quindi, due giornate di lavoro dal mio stipendio. E il primo passo è fatto. Felici come due babbei ripuliti ci dirigiamo, canticchiando, verso l’auto per andare da aichia. Mi servivano solo due portafotografie, per fare due calendari in dodicesimi.
Entriamo nel parcheggio e… cielo, disperazione. L’immenso parcheggio di aichia è completamente full. Ci guardiamo un po’ rattristati ma non demordiamo. Come ama dire Lele, ci dedichiamo allo sciacallaggio dei posti auto e troviamo praticamente davanti all’ingresso, dopo venti minuti di ricerca. L’umore è ancora ottimo. Ci diamo la mano come due ragazzini e via, verso la fantastica, ed immensa, scatola colorata che pare una casetta di lego. All’ingresso l’enorme spazio-gioco per i bambini. Tanti piccoli cuccioli d’uomo che, con le loro brave pettorine numerate, si rotolano in una vasca stracolma di palline colorate. Lele mi guarda con la faccia di Albanese (però! Ummmm… vabbè… ma tu, ma tu, ce l’hai il motorino???) accentuando il sorrisetto con le labbra a muso di papero facendomi chiaramente intendere le sue intenzioni. È un suo sogno ma non saprei proprio come soddisfarlo. Sono ammessi solo bambini. Niente adulti. Nemmeno ci fermiamo a chiedere (ovvio?) oltrepassiamo ed entriamo nei bui meandri dell’aichia salendo la scala che con i suoi cestoni laterali, zeppi di cose inutili, ci invita già all’acquisto.
Sappiamo cosa vogliamo, noi. Camminiamo speditamente fra la folla “pecorina” che segue un unico percorso. Quello indicato dalle frecce. Guai uscire dal percorso. Sei subito squalificato e devi ripartire dall’inizio. Non è assolutamente pensabile andare in modo diretto e spedito dove ti interessa. Sei obbligato a passare fra tutti gli ambienti. Ammorbarti con la gente che è interessatissima a quella cucina o a quel letto così economico che starebbe tanto bene a casa sua. E questo è il vero dramma di aichia. I carrelli, se per caso non hai preso subito il borsone, sono a disposizione ovunque. Così, se per caso eri entrato per acquistare due portaritratti ad anelli per due calendari in dodicesimi, puoi sempre approfittare qualsiasi momento se, per caso, ti viene in mente di comprare il mondo. Nel carrello è entrato di tutto. Ed anche da aichia, ogni cosa che è stata acquistata era assolutamente indispensabile. Come abbiamo fatto a non pensarci prima.
Altri tre giorni di lavoro decurtati dallo stipendio. Ma la cosa bella è che siamo in fase “creativa”, carichi di voglia di fare e siamo felici di esserci fatti rapinare.

Tra sabato pomeriggio e domenica sera abbiamo finito tutto. Ma proprio tutto quello che dovevamo fare. La nostra casa è più accogliente, completa, pulita e profumata. Lo studio ha ripreso la sua aria sobria e, nell’enfasi delle pulizie, abbiamo tolto persino i tendaggi chè ormai gridavano alla polvere disperati.

Io sono malata. Lo sento… ma vuoi mettere come ci si sente quando ti guardi in giro e tutto ha preso un’aria composta?

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