l’ennesimo accenno al fine settimana deleterio. Per me però!

Ok, anche questo fine settimana mi sono data l’ennesima benedizione.
Tutto parte benissimo, venerdì sera cena mancata in agriturismo nel pavesotto con amici, tanti amici, della compagnia di Lele. Due di loro si sono sposati in comune. Mancata perché, appena arrivati, noi tre (anche Colla) la cucina era chiusa. D’altra parte erano le undici e mezza passate. Pazienza. Attenderemo. Facciamo quattro chiacchiere con tutti. Stiamo un po’ con gli sposi e via tutti, scappiamo. Si torna a Milano. Con un’altra coppia decidiamo per il panino maledetto. Stavolta niente pub solito. Optiamo, vista la temperatura clemente, per un baracchino che fa panini fino alle cinque. Ma, come dice Lele, che siano panini “ignoranti”. Quelli che si prevede ti facciano bruciare le budella per i super-ingredienti al loro interno.
Arrivati al baracchino troviamo un gruppetto che già conosciamo. Mi soffermo a chiacchierare, uno di loro è un mio collega-amico. Sardo. Milanista. Poveretto… per il milanista intendo! Intanto le ordinazioni per i panini-ignoranti sono diventate realtà e torno al nostro tavolino a far gioire il mio palato. Non ci rendiamo nemmeno conto del tempo che vola e alle tre e mezza decidiamo di andare a nanna.
Il sabato mattina è fantastico. Poltriamo pigramente a letto fino a tardi e ci concediamo ritmi che non ricordiamo da tempo. È quasi la una. Velocemente ci prepariamo e facciamo una tappa veloce dal nostro macellaio. Arriviamo con lo stomaco sotto i piedi da Peppino, la nostra trattoria economica, e saturi come due maialini andiamo a cominciare il nostro pomeriggio lavorativo in studio.
Il sabato sera facciamo i casalinghi. Abbiamo con noi Tosca e non possiamo lasciarla da sola in casa con Lady.
L’indomani mattina decidiamo che sarebbe stata dedicata alla casa. Con calma ci alziamo. Come al solito preparo la mia caffettierona di caffè e dispongo per la colazione. Guardo la tavola soddisfatta e, dopo aver versato il caffè bollente nella mia tazza, mi appresto a “non mi ricordo” so solo che il caffè bollente è finito sulle mie gambe, sulla mia pancia. Ho cominciato a saltare come una pazza, spogliandomi completamente in cucina. Corro in bagno piangendo come una bambina e mi infilo sotto la doccia ghiacciata. Mi brucia. Mi brucia tutto da morire. Non riesco a smettere di piangere. A quel punto Lele, che nella concitazione non aveva capito la gravità della cosa, sentendomi ancora piangere mi raggiunge in camera, dove dolorante continuavo a frignare. Mi guarda e mi chiede se per caso mi andasse ancora il caffè. Lo guardo allucinata e gli faccio vedere la situazione. La coscia destra è viola, inizio di piaghe. La pancia pure. E la sinistra anche. È visibilmente spaventato. Controlla la situazione e mi porta la Foille che avevo in casa da tempo immemorabile. Piango mentre cerco di spalmarla sulle piaghe ma sembra cemento. Cerca di convincermi ad andare al pronto soccorso ma, da testarda quale sono, non ne voglio sapere. Mi guarda. È molto comprensivo. Ok. Và a cercare una farmacia per trovare una soluzione e intanto mi chiede di stare ferma e riposare. Riposare. E come si fa? Mi sembra che la pelle stia friggendo e mi sento un’idiota. Guardo la casa e mi si rizzano i capelli. Mi infilo una maglietta e un paio di suoi boxer e cerco di rassettare il bagno. Ed è così che mi trova. Intenta a sistemare la cassetta del gatto. Si arrabbia. È spaventato all’idea che le piaghe possano infettarsi e mi rispedisce a letto dopo avermi fatto togliere la Foille, ormai scaduta da dieci anni. Mi cura amorevolmente con le garze di Connettivina e la Foille là dove non ci sono le piaghe. Mi benda come una mummia e mi ordina di stare fermissima senza muovermi. Mi mette su un dvd e si occupa del pranzo. È un infermiere provetto. Ogni tanto fa capolino dalla porta della camera per vedere le mie condizioni, mi sistema i cuscini, mi chiude le tendine per lasciare la camera in penombra. Mi coccola come una bambina. Mi porta il pranzo a letto e dopo mangiato provvede a rassettare ed a pulire a fondo la casa.
La Connettivina fa il suo effetto. Il dolore comincia a placarsi e dormo come un angioletto. La sera già andava un po’ meglio. In accordo con altri nostri amici ci ritroviamo in un pub vicino a casa per vedere il derby. Mi vesto normalmente ma sotto i jeans largoni sembro una mummia. Cammino come un robot. Ma non mi piace l’idea di far saltare la serata. È da giorni che questi amici ci chiedono di festeggiare il compleanno di Lele. Tornata a casa non vedo l’ora di togliermi tutta la bardatura di dosso. Il bruciore ricomincia a tempestare la pelle ma il mio infermierino personale provvede ancora a tutte le medicazioni.

Sono ancora una mummia, sotto i pantaloni. Però va meglio. La parte più grave rimane la coscia destra e penso che ne avrò per un bel po’. I suggerimenti vari sono stati una capatina a Lourdes. Ci sto pensando.

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