Nelle varie disquisizioni con amici del sesso opposto è capitato mi venisse chiesto a cosa è paragonabile il dolore del parto.
Non avendo provato nulla di simile non ho mai saputo dare una risposta e, ancor oggi, malgrado tutto, faccio fatica a paragonare gli ultimi dolori, quelli legati all’espulsione.
Però ho fatto un passo avanti.
Posso fare un confronto di quello che è il travaglio.

Una fortissima infiammazione muscolare alle reni, una sciatalgia, un calcolo renale, un ernia.
Arriva quando meno te lo aspetti.
Improvvisa come una pugnalata alla schiena.
Un dolore freddo e intenso che ti lascia senza fiato e non ti dà conto e ragione.
Rimani bloccata ed annaspi, sperando che qualcuno ti aiuti.

Dopo il dolore è continuo, lancinante, sordo. Non riesci a darti pace. Non puoi star seduta, in piedi, sdraiata… è un’agonia continua e solo un fortissimo cocktail antidolorifico e antinfiammatorio (se sei fortunata) può dare un po’ di tregua a questo dolore inverosimile.

Solo oggi sono riuscita a riprendermi abbastanza da stare seduta al computer pregando, fra me e me, che il dolore non si svegli data la postura un po’ sacrificata.
Ho visto più medici negli ultimi cinque giorni che in un anno intero, contando anche gli amici.
Guardia medica, pronto soccorso, ambulatori, visite domiciliari… esami, eco interne ed esterne… una cosa pazzesca.
Quando due domeniche fa mi sono svegliata, messa malino, ho pensato d’avere una bella sciatalgia data dagli sforzi fatti per smontare e rimontare la sala.
Mi sono imbottita per benino di antildolorifici e, seppure zoppicante, il lunedì mi sono presentata in ufficio. Puntuale.
Apprezzabile e deprecabile al tempo stesso.
Ma non volevo esimermi dalla consegna, già posticipata di una settimana, per un lavoro che stavo svolgendo in team con una collega. Ore di dedizione, di impegno. Ore di sedute davanti al mac dimentiche spesso del bagno o di una pausa caffè.
Venerdì scorso, quindi, la mia parte si era conclusa.
Sabato mattina la sorpresa.
Nell’avvicendamento del solito inizio di fine settimana, con pulizie mattutine prima di tutte le incombenze da svolgere con il mio compagno, mi sono ritrovata spezzata. La scopa in mano mi sosteneva fungendo da baluardo di speranza per riuscire ad arrivare a far sentire il mio lamento a Lele che era ancora in una fase di risveglio. Da quel momento tutto un travaglio con coinvolgimento di Lele. Mi ha assistita minuto per minuto. Accompagnata dovunque fosse necessario per darmi delle risposte. Pulita, lavata, quasi imboccata. Mi ha preso mille volte in braccio per aiutarmi a spostare il mio corpo, che non ne voleva sapere di rispondermi in modo dignitoso, in modo tale da riuscire a trovare una posizione che mi desse un minimo di pace. Fino all’ospedale… e ieri mattina, credendo d’essermi rimessa un po’ in sesto, ho pensato bene di fare delle piccole cose, cose che fanno parte della normalità e, smargiassa più che mai, ho creduto di poter fare il letto di mio figlio.
Altra stilettata. Ancora più forte della prima e stavolta non è bastato Lele ad aiutarmi. Ieri sera, sola, mentre aspettavo che tornasse dalla scuola, mi sembrava d’agonizzare e ho capito di provare la stessa sofferenza che si prova durante il travaglio ma finalizzata a… niente.
La differenza sta proprio nel fatto che è un dolore provocato dall’incuria verso il proprio corpo e non dall’amore per lo stesso.
Corpo?
Proprio ieri pensavo a questa parola.
Mentre ero in ospedale l’ortopedico, l’ultimo medico che mi ha visitata, ha concluso sorridendomi bonariamente “usalo il tuo corpo!” ho pensato tutta la notte a questa frase. Da tantissimo tempo non davo il peso di questa parola al mio fisico. Non pensavo ad esso come qualcosa di intero, generale e complessivo… valutavo gambe, braccia, addome, glutei, cuore, fegato… tutto nella propria singolarità. Parlare di corpo era quasi offensivo. Il mio, perlomeno, non meritava un appellativo così generale.
Invece ho un corpo!
Intenso e complesso…
E, anche se stasera non è proprio la frase più felice, sano.

mal di schiena

Ora sono a pezzi e comincio a sentirmi una schifezza!

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