È arrivato sabato.
Sono le cinque di mattina e la sveglia dissipa completamente i miei sogni portandomi alla realtà. È più di un martello pneumatico nei pensieri ma, oggi, non è un fastidio. Oggi è il suono più dolce che mi riporta a vivere il mio percorso di libertà, verso quella che non è più solo un’amica ma una sorella. Una donna che ha incantato la nostra vita con pregi e difetti. Strepitosa nel suo essere.
Avevamo deciso di portare uno zaino e una borsa e così è stato. Nello zaino il cambio per due giorni, nella borsa lettore dvd portatile, montaggi video da mostrare con orgoglio e qualche rivista. Siamo prontissimi. Siamo spinti da una frenesia incontenibile. Fuori tutto è ancora cupo. Il sole non è sorto ma l’alba è pronta a partire. Sono le sei e dieci e la macchina si muove silenziosa nella nostra Milano. Lele ha dormito solo un’ora e mezza, io, per fortuna, un paio d’ore in più. Consideriamo che, forse, riusciremo a rifarci in treno. Lasciamo l’auto in un parcheggio nei pressi di Lambrate e prendiamo la metropolitana che ci porterà a stazione Centrale. Comincia la corsa. L’eterno ritardo. Sento l’angoscia che sale ma in stazione arriviamo con dieci minuti d’anticipo e ci accomodiamo allegramente nei nostri posti. Si parte. Fra quattro ore e mezza saremo a Roma. Malgrado l’euforia mi sento uno straccio. Il peso dell’essere donna doveva proprio torturarmi in questo fine settimana? Tristezza perché il dolore è sordo ma io no.
Il viaggio è una palla. Lele non era convinto degli spostamenti in treno e oggi, dopo questo viaggio, lo è ancora meno. Le cose vanno così però. Per non rinunciare dobbiamo assoggettarci ad un trattamento meno dinamico fino a quando, in Italia, non decideranno di tagliare le “tasse aeroportuali” ed annessi e connessi che si devono affrontare sulle tariffe ragionevoli apportate ultimamente nei voli interni. Così, ancora una volta, il vile danaro fa da padrone.
Ci siamo.
Roma, stazione Termini. Scendo dal treno in preda ai dolori peggiori che ricordassi. Sono davvero messa male. Usciamo dalla stazione e ci accoglie un caldo soffocante. Non ce la posso fare. Guardo verso destra e scorgo una farmacia. Francesca ancora non è arrivata, ok, decido, vado a comprarmi qualcosa che mi renda una donna normale. Lascio Lele con i bagagli e cammino, stentatatamente, verso la salvezza che arriverà nel primo pomeriggio. Francesca ha avuto un contrattempo e riesce ad arrivare solo dopo un’ora. Ormai volevo suicidarmi ma non ne sarebbe valsa la pena, troppa fatica riportare il cadavere a Milano.
Rivederla è stato come se i due mesi non fossero passati. Ma in realtà ci sono stati. Lei è più bella, più allegra e spensierata del solito. La sua forma è migliorata in modo così visibile che non posso fare a meno di farglielo notare. Lei sorride. Lusingata si tuffa nel traffico ed inizia a farci sentire “a casa” aggiornandoci degli ultimi accadimenti. Nemmeno me ne rendo conto e siamo già nella sua casetta. Si comincia con la “malattia di Vanda” è diventata contagiosa. Scusa, scusa? ma questa è un’altra storia. Salutiamo tutti i quattrozampe. Io comincio a riprendermi. Mi sento a casa. Anche Lele ha la stessa sensazione. Siamo così diverse fisicamente ma mi sembra d’abbracciare mia sorella. È davvero meraviglioso. Poco m’importa se il pomeriggio sarà dedicato alle treccine di Simona. Siamo insieme. Questo è quello che sognavo dal dodici luglio. Ritornare a casa. Sono ebbra dei profumi del giardino di Francesca. Ebbra delle campane che suonano follemente e straziano le nostre orecchie. Ebbra dei progetti e della semplicità che ci fa stare tutti vicini. Persino Lele, in quel momento, non è più il mio uomo ma un carissimo amico, fratello e grande fautore di cotanta serenità. Lo guardo felice e penso che anche grazie a lui tutto questo è stato possibile.
Francesca riceve una visita di lavoro e noi ci ritiriamo in camera aspettando Simona che ormai sarà lì ad attimi. Sono un po’ preoccupata di questa conoscenza. Francesca mi ha parlato così tanto di lei che in fondo la temo. Si apre la porta e la vedo stagliarsi nella penombra dell’ingresso. Solare. Bellissima. Innegabile la delicatezza della sua bellezza, dei suoi occhi da gattina, enfatizzati da un milione di treccine lunghe fino al punto vita. Anche Lele ne subisce il fascino. Ha un’aura famigliare, il suo sorriso è gioioso. Nel frattempo ci ha raggiunto anche Francesca. Ci abbracciamo come vecchi amici e sappiamo, tutti e quattro, che il primo passo è fatto, senza traumi, senza drammi. Alle 15,30 comincia l’operazione treccine. Io e Francesca siamo le addette al “disfa”. Lele fa da fotografo e supervisore. Passano le ore e le treccine pare non finiscano mai. Per fortuna per la cena organizzata da Frà ci pensa una signora. Dietro un lauto compenso prepara tutto a base di pesce. Necessitano alcolici, per noi avvinazzati, e dessert. Verso le 18,30 di sera cominciamo a renderci conto che la strada del “disfa” sarà ancora molto lunga e i ruoli cominciano a cambiare. Resto sulla testa di Simona ed intanto Frà e Lele cominciano a muoversi.
Finalmente alle 20,30 tutto è a posto. Iniziano ad arrivare gli amici.
Rivedere Vanda e Sassa mi emoziona. La voglia di abbracciarle mi pervade. Lo so, invado i loro spazi vitali ma non posso farne a meno. Silvio, il fratello di Sassa, si è amabilmente prestato a sistemare un angolino del giardino di Francesca ad orticello. Ognuno fa qualcosa. Tutti siamo una forza. Conosciamo nuove amiche. Fra queste Daria, designata “La Capocondomine”. Fra loro si sono date vari soprannomi, come in un gioco fra ragazzini.
Arrivano Medusa e Penelope.
Li guardo e resto quasi basita. Sono uno splendore.
Penelope è l’incarnazione della morbidezza e voluttuosità. Ora comprendo meglio molti post di Med. I suoi capelli sono una cascata ribelle di pece nera. I suoi occhi sono misteriosi e profondi. Anche il suo abbigliamento le si addice: vagamente fra l’afro e l’orientale. Il suo fascino è innegabile.
Medusa mi colpisce ancora di più.
Nel mio immaginario voleva essere quasi aggressivo. Duro.
E invece guardo un ragazzo dai lineamenti esili, un sorriso quasi timido ma affascinante. Gli occhi di una bontà infinita e ricchi d’intelligenza. Le sue movenze sono delicate.
Mi guarda e mi riconosce. Dice che sono diversa da come mi aveva visto in foto (banalmente dentro di me spero in meglio).
Li abbraccio. Li sento. Sono vivi. Sono lì, a casa di Francesca. Il mio cuore ha davvero un’esplosione.
Siamo in tanti e la sistemazione per la cena procede nel delirio. Mi sento lontana da Med e Penelope. Un po’ in colpa per non essergli vicino. Preoccupata che stessero bene. Li guardo spesso e li vedo a proprio agio, in mezzo a gente nuova per loro ed alcuni anche per me. Non hanno assolutamente difficoltà a socializzare e, dopo, scopro che non mancano di argomentazioni.
La serata si conclude, fra risate, filmini, fotografie, alle 3 e qualcosa. La promessa con Med e Penelope che l’indomani avremmo cenato ai Castelli e quindi ci saremmo rivisti. Piano piano sono usciti tutti e ci ritroviamo noi tre a fare le nostre considerazioni.

Domenica mattina.
Apro gli occhi, guardo la sveglia sul comodino. 14,24. Quasi mi prende un colpo. Guardo fuori e la luce non mi pare quella pomeridiana. Faccio fatica a capire chi sono. Prendo il cellulare in mano e mi rassicuro. Sono solo le 9,15. Accidenti Frà: ma che razza di sveglia fuori orario hai? Sorrido. Mi alzo, gironzolo e faccio una carezzina a Pinda, fedele, accucciata sulla spalliera del divano. M’intenerisco nel vedere Francesca raccolta come un cucciolo in posizione fetale. Le faccio una carezza fra i capelli cercando di non svegliarla. Mi sento in colpa. Dovrei dormirci io in quel divano. Per me sarebbe un letto matrimoniale?
Ritorno in camera combattuta fra lo svegliare tutti con urla di gioia e il rimettermi a dormire silente. Opto per la seconda possibilità. Ma il sonno ormai è andato. La voglia di vivere è troppa e non resisto nel mondo di morfeo. Appena sento movimento vado incontro a Francesca. Mi accoglie sempre sorridendo. È già carica. Facciamo colazione in giardino, ancora con gli occhi segnati ed i capelli scaruffati. Il pigiama è tutt’uno con i nostri corpi. Cerchiamo di programmare la giornata ma proprio non è possibile mantenere fede ad uno schema preciso. Ci raggiunge la mamma di Frà mentre siamo ancora in preda alle chiacchiere della sera precedente. La rendiamo partecipe, le mostriamo il montaggio delle foto della volta scorsa. Si commuove, e si ri-commuove anche Frà nel rileggere il nostro affetto. È la nostra fatina. La sua magia consiste nell’amare e nel donare gioia.
Pranziamo in armonia quasi da favola. Ci rendiamo conto di come voli il tempo solo guardando l’orologio. Le 16,30. Il poco sonno degli ultimi giorni mi assale e decido per una pennica pomeridiana. Nel frattempo la Fata si occupa delle incombenze casalinghe. Nel tardo pomeriggio arrivano Vanda e Daria. Mi soffermo un istante su Daria. Mi colpisce il suo modo gentile ed affettuoso. È esattamente l’esatto completamento di un gruppo così assortito. Delicata nelle movenze, sempre sorridente e comprensiva. Non so molto di lei, la sera prima non sono praticamente riuscita a parlarle ma, a pelle, le sensazioni sono positive. Forse lei sa più di me perché è riuscita a chiacchierare un po’ più a lungo con Lele durante la cena.
Ci mettiamo a giocare a Trivial Pursuit e, come ogni volta che ci gioco, mi si chiude la mente e improvvisamente non so più che differenza ci sia fra storia e geografia. Durante il gioco riesco persino ad inventarmi in fantomatico Gagnotele, che voleva essere un’opzione ad Aristotele, suscitando l’iralità generale.
Medusa chiama. Il programma serale cambia. Non andremo a cena ai Castelli ma a casa sua. Il buon Francesco, Duca-Conte, ci informa che non ci sarà, è troppo preso dal rientro mesto da Catania e, senza la sua giovane conquista, l’amarezza lo assale. Passa. Lele ci resta malissimo ma è comprensivo. Ci prepariamo nell’euforia generale, recuperiamo Simona, e, finalmente, riusciamo a raggiungere Penelope che ci aspettava per condurci a casa propria.
La casa di Penelope e Medusa mi incanta. Sono degli artisti. Tracce della loro creatività ovunque. Appesi alle pareti i quadri di Med. Opere d’arte direttamente disegnate sul muro da Penelope che mi lasciano letteralmente senza fiato. Come guardare in un libro di storia o di fiabe. Colori caldi e inebrianti? anche le loro bambine sono delle giovani artiste.
Ci sediamo a cenare ed improvvisamente un senso di stanchezza e di tristezza mi pervade, rendendomi statuaria e silenziosa. La consapevolezza che tra poche ore tutto sarebbe finito ha iniziato a pervadermi rovinandomi la serata. Ma anche la Fata si lascia sopraffarre dalla stanchezza. La bimba piccolina, probabilmente sentendosi esclusa, ha voglia di renderci partecipi e chiede a piena voce una partita a tombola. Non riuscendo nell’intento opta per un’azione di disturbo attirando di continuo l’attenzione della mamma. Ognuno ha i suoi pensieri ed il suo disagio incontenibile e le chiacchiere si spengono lentamente fino a renderci consci che è arrivato il momento d’andare.
Il nostro viaggio a Roma si è concluso. Alle 5,30 dell’indomani mattina saremo in piedi per riprendere il treno che ci riporterà al nostro quotidiano e, anche questo week end, rimarrà nei nostri cuori e nei nostri pensieri per consolarci.
Abbiamo nuovi amici. Abbiamo una valanga di emozioni da analizzare per tanto tempo, fino a ritrovarci ancora insieme, il prossimo mese, a festeggiare il compleanno di Lele.

Grazie a tutti.

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