Le lacrime stavano scendendo copiose stanotte.
Le sentivo salire dall’anima.
La percezione dello sbaglio si è fatta forte.
Scelte da ragazzina che hanno compromesso tutta la vita e non mi ha dato pace nemmeno sapere che, grazie a quegli errori, oggi sono la persona che sono.
Magra consolazione rendersi conto d’aver agito con animosità e vendetta. Sentimenti profondi che oggi posso identificare solo come odio profondo.

Il dolore di continuare a chiedersi perché, perché una scelta così a soli quindici anni.

Non ho avuto un’infanzia come molti altri. Difficile per tanti versi. Privazioni. Mancanza di dialogo. Grandi chiusure. Voglia di fuga.
Ma tutto questo è stato perdonato.

Poi, all’improvviso, quella consapevolezza, nella vita da ragazzina. Incoscienza totale. Paura profonda delle reazioni. Chiusura verso la realtà e leggerezza verso quello che stavo vivendo. Rifiuto completo, come se, magicamente, tutto potesse svanire e tornare ad essere ciò che era.

E invece il mio corpo cambiava. Maturava dentro di me una vita ed il rifiuto per la stessa.
Non sapevo agire. Avevo vicino a me un ragazzino, come me. Stava rifiutando quello che accadeva. Ma accadeva a me. E poi il dolore. Dolore della consapevolezza degli altri. Dolore della solitudine del mio stato. Trasformazione.
A quindici anni ero una donnina.
Tutto era cambiato. Tutti erano cambiati. Mi parlavano in un modo diverso. Agivano nei miei confronti come se fossi una donna matura. E mi sono presa il carico della responsabilità. Senza pormi grandi domande. Ho accettato anche quel momento proprio come tante altre cose nella mia vita. Si vede che me lo meritavo.
Ma dentro covavo rancore. Dolore profondo. Qualcosa di sordo a me stessa ma presente ogni giorno della mia vita. Guardavo a quel ragazzo che non aveva saputo difendermi, che mi aveva gettato nella disperazione, che mi aveva spinto a crescere troppo presto, come ad un nemico. Doveva pagare caro quello che mi aveva fatto.
Sarei stata la sua punizione per tutto il resto della sua vita.

Sono stata una presuntuosa. Mi sono arrogata il diritto di decidere per tutto il resto dei miei giorni. In realtà non ho punito lui ma me stessa. La punizione è stata così grande da non darmi più pace.

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Guardo i miei figli.

Guardo quel ragazzo, oggi uomo, figlio di una bambina. Penso a tutto ciò che ho fatto in funzione della sua presenza. Al mio completo annullamento. Alle rinunce. Alle speranze. Il dolore sale fino a farmi magonare, anche ora mentre scrivo. Sento il suo distacco, la sua rabbia, quasi un disprezzo profondo, a volte la poca considerazione.
Del passato ho tenuto dentro di me solo le cose buone ma quelle cattive ci sono, ogni tanto i ricordi salgono, confusi come le mie parole.
Mi chiedo perché sia andata così, perché, malgrado tutto l’amore, l’impegno, la costanza e la dedizione c’è stata la svolta, il profondo cambiamento e la ribellione da parte sua verso di me, verso la sua stessa vita. Un ragazzo che, fino a dodici anni, gioiva della sua vita e del sacrificio di chi l’aveva messo al mondo, con amore e con profondo rispetto. Che con l’arrivo della crisi adolescenziale si è ritrovato a rifiutare tutto ciò che con generosità gli era stato donato. Tutte le speranze di aver seminato bene, svanite. Interamente buttate al vento.

Guardo quel ragazzo, oggi adolescente. Desiderato come non mai. Figlio di un vero rapporto stabile. Della serenità. Del completamento. Della speranza di diventare la famiglia più bella dell’universo.
Vezzeggiato, coccolato, adorato. Ebbri della sua presenza è stato compensato di un amore solido e fatto di tenerezze. Abbiamo affrontato la sua indolenza verso le regole con pazienza, in attesa del suo cambiamento, in attesa della sua maturazione. Ma pare avere una doppia personalità. Guardo alle scelte e penso a repressioni che posso avergli fatto per portarlo ad essere così instabile ed incerto nel suo cammino. Non vedo repressioni. Vedo solo comprensione. Vedo tanto amore. Eppure questo non è bastato. La sua irrequietezza è palese nell’atteggiamento. Il suo modo di esprimersi è difficoltoso, pare quasi stentato. Non ha preferenze. Inzia in modo entusiastico ma stenta a raggiungere buoni obiettivi. A volte appare apatico e spento per poi dimostrare il contrario nel suo quotidiano vissuto da terzi. Sentirsi dire quanto sia intelligente ma con gravi difficoltà comportamentali. Nulla di trascendentale. Solo un grande disturbatore. Disinteressato completamente alle attività didattiche, antepone, davanti a qualsiasi cosa, la superficialità e la banalità. Le sue giornate scorrono, come le mie parole scorrono su di lui scivolando leggere e non fermandosi in nessun punto del suo corpo.
E mi dispero.
Non riesco a trovare la soluzione. Il ragionamento non basta. Mi rifiuto di pensare alla violenza. Sarebbe come darsi per vinti.

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Sento la sconfitta forte. Le scelte. Le parole. I sacrifici. Tutto sbagliato.

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