Troppo cibo, troppo alcool? il mio corpo avvisa: “noncelafacciopiù”

Chi ha tempo, non aspetti tempo. (riflessioni sottocutanee)
19 novembre 2004
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26 novembre 2004
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Troppo cibo, troppo alcool? il mio corpo avvisa: “noncelafacciopiù”

Sono quasi le cinque di mattina. I miei pensieri sono ancora confusi, la nausea incessante mi tiene sveglia.
Ieri sera ricorreva il nostro anniversario. Cinque anni.
Per festeggiare abbiamo deciso di ritornare là dove il nostro palato, ed il nostro portafogli, avevano lasciato il cuore.

Il ristorante è argentino. Credo sia uno dei migliori che si possano trovare a Milano. Tra l’altro l’ambientazione è migliorata, malgrado sia diventata forse un po’ troppo sofisticata, forse per giustificare gli alti prezzi a la carte. Ciò nonostante la pulizia lascia a desiderare. Il bagno è angusto e malcurato. La cucina, visibile al passaggio, non mi da una buona impressione. Con un po’ di animosità guardo alle stoviglie poco curate. Sorrido a Lele ironizzando sui guadagni ma lui, sempre generoso, sottolinea che, di fatto, la carne stessa ripaga. E, di fatto, ha ragione.
Iniziamo con un aperitivo alcolico. Una bella, e buona, sangria che nasconde il suo elevato tasso alcolico dietro una mite facciata zuccherosa all’inverosimile.
Ordiniamo un vino accattivante, di ottima annata, che, in attesa dell’immensa costata, accompagna le nostre chiacchiere.
Il servizio è inappuntabile.
La costata non è abbondante: di più, tant?è che viene servita solo per due persone.
La cena si dilunga.
Il mio bicchiere si vuota e si riempie di continuo. Il mio parlare diviene difficoltoso, a tratti biascicato. Mi commuovo per un nonnulla e, mentre le lacrime scendono copiose, il nostro cameriere ci invita a bere il bicchiere offerto dalla casa. Mi sento già uno straccio e, mentre lo guardo intimidita, mi chiedo se potrei mai sopportare un altro goccio d’alcool.
Diniego.

Comincio a guardarmi in giro realizzando che, forse, potrei far fare una magra figura al mio compagno nell’alzarmi per dirigermi verso il bagno.
Gli stivali cominciano ad urlare.
La gonna, improvvisamente, la sento troppo corta.
La camicetta di seta mi appare trasparente.
La pettinatura accurata è diventata un nido di chiurlo.
Del trucco non v’è assolutamente più traccia.
Lele sorride teneramente rassicurandomi e canzonandomi amorevolmente.
Fantastico. Sono riuscita ad alzarmi. Da sola.
Mi dirigo verso il bagno fiduciosa di me stessa e, con una compostezza e dignità impensate, riesco a superare agevolmente tutti i tavoli che mi separano dalla meta.
Ci dirigiamo verso l’uscita e, mentre il cameriere mi aiuta ad indossare il cappotto, sento l’ironia della situazione e la sensazione forte è quella di sentirmi osservata. Ovviamente nessuno bada a me se non l’unica persona interessata: Lele.
Arriviamo alla macchina, dopo una breve passeggiata. Ho ancora la camminata decorosa ma, una volta in macchina, trattengo a fatica le lamentele.
Per fortuna sprofondo nel sonno etilico e solo la voce di Lele mi riporta alla vita. Siamo davanti al box. Il peggio è fatto… o forse deve arrivare. Nel rimettermi in piedi la nausea mi assale, ancora non mi ha abbandonata, e barcollo.
In queste situazioni riesco ad uscire, per qualche secondo, da me stessa e guardarmi con occhio critico. Vedo quello che nessuno vorrebbe vedere di sé stesso. Un essere traballante, prostrato, emaciato che fa fatica a reggersi in piedi.
Cerco disperatamente l’appoggio del muro per aspettare che Lele finisca di parcheggiare e diventi lui stesso il mio supporto, ed il sonno etilico rientra in azione.
Riesco a dormire in piedi!

Mi ritrovo, non so come, in ascensore. Per un attimo lo sgomento nel vedermi riflessa allo specchio mi rende ancora capace di intendere e volere.
Lo shock è stato così forte che sono riuscita a trovare la forza di spogliarmi, mettermi il pigiama, guardare la sveglia, infilarmi sotto il piumone, salutare il gatto, che nel frattempo era venuto a controllare il mio stato di “persona”, e derapare nuovamente nello stato d’incoscienza.

Improvvisamente il letto ha un’oscillazione fortissima. Talmente forte da riportarmi alla lucidità totale.
Guardo il gatto.
Guardo le tapparelline sulla porta finestra che ondeggiano vistosamente.
Per un attimo il terrore sovrasta la nausea.
Riguardo il gatto chiedendogli se avesse sentito anche lui o se fosse stato lui stesso a creare quello smottamento.
Allungo l’orecchio verso la cucina cercando di carpire i rumori prodotti da Lele. Suoni di stoviglie.
L’aria è diventata gelida.

– hai sentito? –
– sì, cos’era? ?
– il terremoto. Cri era il terremoto.

Sono letteralmente terrorizzata, ma ormai è tutto finito.
Stanotte, sul lago di Garda, il terremoto.
Ottavo grado della scala mercalli. È arrivato fino a Milano.

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