Quando l’amore supera ogni cosa. (PARTE SECONDA – la fraschetta)

La fraschetta è un posto che non conoscevo, malgrado le mie lunghe frequentazioni passate a Roma. È un locale che potremmo definire bettola ma più che come gargotta direi proprio come osteria!

Le ragazze ci hanno spiegato che ci sono molti posti così ai castelli romani. In alcune fraschette ci si porta da mangiare da casa propria e lì viene mesciuto il vino. Tipico vinello dei castelli, bianco e leggero direttamente dalle botti. Senza gloria ne infamia ma va tutto bene quando l’allegria è tanta e la compagnia buona!

In altre fraschette, come quella dove siamo stati noi, ti servono dei cibi freddi, tipo salumi, antipasti sott’aceto e formaggi, da accompagnare al vino. L’ambiente è molto semplice, tavolacci con tovaglie di carta e la porta direttamente sulla strada, rigorosamente aperta.

L’avventore della fraschetta è di ogni tipo. C’è chi ci va per far caciara, chi per bere, chi per mangiare con pochi euri. Noi eravamo lì per tutto. Seduti al nostro tavolaccio, sotto un enorme dipinto a muro che raffigurava i quattro semi delle carte napoletane, abbiamo iniziato a chiacchierare a viva voce ancor prima che ci venisse servita qualsiasi cosa. Le giacche accatastate un po’ a destra un po’ a manca. Le risate. L’oste con la faccia da buon uomo. Intorno a noi lo stesso chiacchiericcio del nostro tavolo e nell’insieme una grande confusione.

Il cibo comincia ad arrivare e, come degli affamati, ci avventiamo sui piattini di carta con relative forchettine di plastica. Daria si unge i jeans. Cerca di rimediare disperatamente ma la macchia diventa il doppio. Poco male.
Non se la prende mai, Daria.
È sempre solare, gentile. Ha due occhioni enormi ed un sorriso mozzafiato. La frangettina corta le da un’aria ingenua ed infantile. Le mani sono delicate come le sue movenze. È una vecchia amica di Vanda del liceo. Le guardo. Stessa età ma così diverse. Vanda è caciarona. I capelli ricci, biondi, sempre fuori posto e l’aria da monella. Il sorriso da eterna adolescente e la voce graffiante. Sono sedute vicine e stanno di fronte a noi.
Io sono in mezzo ai due ciclopi. La Fata e Lele. Mi sento euforica ma sicura e circondata da tantissimo affetto.

L’accento romano delle nostre amiche ormai è musica per le nostre orecchie.
Un vecchio avventore abitudinario della fraschetta si fa strada. È un ometto sui sessant’anni, forse di più. La faccia incartapecorita. Gli occhi rimpiccioliti dai fumi dell’alcool. Vanda e Daria lo invitano ad accomodarsi al nostro tavolo. Ci spiegano. Per un bicchiere di vino ci regalerà delle bellissime rime in romanesco. Si ispira a qualsiasi cosa veda o senta. E tutto diventa poesia in versione canzonatoria. Le risate sono così forti che spesso non riesco nemmeno a sentire le sue parole, già non troppo chiare per l’eccesso di alcool presente nel suo corpo. Le ragazze ci guardano divertite. La Fata mi spiega che questa è la vera anima dei romani. Sempre allegri. Sempre caciaroni. Ormai i clienti del locale guardano divertiti dalla nostra parte cercando di capire quello che l’ometto ci decanta. Lui si alza. Si agita fra i tavoli e brindando fa roteare pericolosamente il bicchiere sulla sua testa e su quella di chi si trova sotto. Nemmeno una goccia esce dal bicchiere. È davvero un esperto!
Da un tavolo si alza un cliente e si dirige deciso verso di noi. Si accomoda di fianco a Lele e comincia a parlottare con lui. Aria da “trucido” anzi, come si definisce lui, vero “burino de Frascati”, sui cinquanta. Alla battuta la risata è generale. Guarda Vanda e le chiede di dove siamo. Lei si presenta. “Sono di Tivoli.” Vanda non nega e ridanciana più che mai incalza “So burina perché i nostri antenati portaveno er buro?”
Il trucido, che abbiamo scoperto chiamarsi Mario, rimane sul tono del vecchietto. Si fa offrire da bere. In una mano il bicchiere e nell’altra una canna. Comincia a famigliarizzare con la nostra tavolata. Entra in sintonia con Lele. Si racconta. E partono anche da lui vari epiteti che s’intersecano fra italiano, romanesco e poesia. Sto riprendendo tutto con la nostra fantastica fotocamera. Presa dall’enfasi chiedo che si canti per Lele la canzone “La società dei magnaccioni”? Mario ci sta. Chiede il silenzio e intona le prime parole a piena voce. Tutti cominciano a cantare in coro e diventa una voce sola. È bellissimo. Davvero un gran momento d’aggregazione. Anch’io e Lele partecipiamo, per il poco noto e via, urlando come pazzi? “ma che ce frega, ma che ce n’porta se l’oste ar vino c’ha messo l’acquaaaaa”?
Usciamo dalla fraschetta ancora ridendo e con le voci leggermente alterate, forse più alte d’un tono. L’aria fresca aiuta a smaltire le tre “bocce” di vino ed il cibo? ci immettiamo nel traffico romano decisi a raggiungere un disco pub in centro a Roma. Quattro salti per concludere la serata.

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