cri-lanterna-capodannoQuest’anno compio 50 anni. Inutile dire “non me li sento” altrimenti mi verrebbe da dire che sto diventando sorda.

Ho pensato d’iniziare con questo post il mio 2016 perché questa sorta di ricorrenza è arrivata nei miei pensieri da qualche mese ma non con la stessa angoscia di vent’anni fa, che peraltro ricordo benissimo: il pensiero di diventare trentenne mi “aveva proprio preso male”, l’angoscia di superare i vent’anni mi tormentò già molti mesi prima e faticavo a farmene una ragione.

Oggi mi sento diversa, serena, felice. I miei primi cinquant’anni me li vivo grintosi, con grande fiducia e speranza, forte di alcuni accadimenti molto importanti che sono occorsi ultimamente ma, soprattutto, forte di un compagno di vita che mi fa sentire una persona ricca di cose da ricordare, da valutare e mi aiuta ogni giorno (come del resto fa da quasi diciassette anni) a guardare la vita con speranza e fiducia.

Compiere cinquant’anni non significa più entrare nella vecchiaia, per svariate motivazioni sociali: la speranza di vita si è allungata, la visione della pensione è a dir poco illusoria, la percezione della frenesia è altissima. Ci sono ancora tante cose da fare e, a differenza di soli due decenni fa, chi raggiunge questo traguardo non è più nella fase di preparazione della propria vecchiaia ma sta continuando, ogni giorno, a combattere ed a seminare per il domani. 

Io vivo il mio tempo con momenti più ristretti su cui ragionare e, soprattutto, sui quali soffermarmi ad avere rimpianti. Spesso sono talmente concentrata a vivere il quotidiano che non mi rendo conto che è passato un altro anno. 

50 è solo un numero, uno dei tanti numeri che riempiono la mia vita e che passerà poco più che inosservato a meno che non sia proprio io a volergli dare un’enfasi speciale. Sto valutando una serie di possibilità, ma non vorrei far diventare quest’anno così importante da emulare in qualche modo una commemorazione.

Ho imparato che tutto è relativo e subordinato a chi sta facendo delle valutazioni di qualsiasi cosa: il mio punto di vista è diverso da quello di una persona anziana come, del resto, lo è ascoltando i miei figli che  ho la fortuna di percepire su tre piani differenti. Quindi questa certezza mi mette in una condizione di pace.

Sicuramente tutti questi anni mi sono serviti ad annoverare una serie di esperienze che hanno arricchito in tutti i sensi il mio vissuto. Cose belle e cose brutte ma, incredibilmente, le cose brutte diventano meno angosciose rispetto a molti anni fa. 

Una delle cose più interessanti che ho imparato a fare è archiviare in modo quasi definitivo parte del mio percorso: “non ho più spazio nella memoria RAM e non sono “implementabile” quindi, per funzionare bene, devo per forza ricorrere a questo stratagemma”. La mia memoria è più labile, questo è certo, e ironizzare di me stessa per le mie dimenticanze, buttandola sull’archiviazione digitale, mi diverte.

Non ho più lo stesso aspetto, anche questo è certo, e mi porto i miei venti chili in più con disinvoltura (con l’aggravante di vari acciacchi…). Nella fretta mattutina di prepararmi, ho scoperto qualche ruga sul mio viso. Guardo i dettagli molto meno: forse perché senza occhiali tutto ha un’aria più “sfocata” ed i particolari (che spesso sono negativi) rimangono in un insieme più generale, pertanto la visione complessiva è buona. 

Mi scopro a non avere tempo per soffermarmi a valutare alcune cose e spesso mi chiedo come io possa averne investito a farlo.

Arrivo a cinquant’anni ancora sorpresa, con tanta voglia di sperimentare le cose, ma con altrettanta voglia di sospenderle senza rimpianti. Ci sono sostanziali differenze, in effetti, tra ieri e oggi.  

Indubbiamente il mio “cambio di vita” ha fomentato il mio modo di essere e di pensare, anche se l’indole è pur sempre quella da bambina, perché i retaggi infantili si stentano a cambiare.

Emozioni.

Ho conosciuto tante, tantissime, persone fino ad oggi ed io credo che ne conoscerò ancora molte, seppure a ritmi differenti. Piango facile, mi emoziono spesso, ma altresì mi arrabbio con una veemenza assurda, sulla quale sto ancora lavorando. Rido sicuramente molto meno, ma quando lo faccio è sempre di cuore. Il mondo spesso mi passa inosservato, troppo concentrata dalla mia vita, ma non ho mai la sensazione d’essermi persa qualcosa: credo si chiami soddisfazione, appagamento, pienezza.

Sono meno generosa ma sbaglio ancora in modo eclatante, ed oggi l’errore mi pesa molto di più ed i tempi di ripresa sono un po’ più lunghi. 

Il rimpianto è una cosa alla quale non ho assolutamente tempo ne voglia di pensare: ho troppo da fare. Impicci, impegni, imbrogli da sistemare e da migliorare per renderli più vivibili.

Il tempo.

Il tempo è un elemento chiave nella mia esistenza. Sembra sempre sfuggire un po’, di non averne mai abbastanza, ma è una percezione legata, a mio avviso, alle mie condizioni rallentate, al fatto che le energie fisiche sono cambiate, e pare sempre difficile da organizzare. Perché a me organizzare è sempre piaciuto. Mi è sempre piaciuto segnare, ordinare, determinare… fissare gli spazi e dare un senso ad ogni momento, come se in qualche modo fosse necessario renderlo indelebile. Ma questo non accade più, ovvero accade ma in modo diverso, direi “disorganizzato” e questo mi fa sorridere. 

Qualche anno fa ricordo che decisi di provare la tecnica del pomodoro, applicandola soprattutto al mondo del lavoro. Fu un disastro. Più mi accanivo ad incasellare, determinare, organizzare e sistemare e più i risultati mi mettevano angoscia. Decisi di tornare sui miei passi e vivermi la vita secondo il mio stile arrivando, se il caso, a spingere di più nei limiti del mio tempo concesso e ottenere comunque buoni risultati. Non si tratta di accontentarsi di poco, ma di prendere coscienza delle mie possibilità e del mio modo d’essere: evidentemente io sono più felice così.

Accontentarsi.

Molti anni fa il termine accontentarsi aveva nella mia mente un’accezione negativa: significava scendere a compromessi ed accettare il fatto di non avere fatto bene; oggi accontentarsi significa scendere a compromessi ed accettare il fatto che tutto ciò che si poteva fare è stato realizzato.  Non mi sento mediocre nello scendere a compromessi ma solo più matura.

Mediocrità.

Sono uscita anche da questa ossessione. Il sentirmi mediocre di una volta, ovvero il sentirsi inferiore rispetto a chiunque altro, ha lasciato il posto ad una donna con spazi precisi. La mediocrità è uno status, non una condizione mentale, pertanto io ne sono decisamente fuori. Forse il mio amico Pietro potrebbe non essere d’accordo con me su quest’ultima affermazione (sull’esserne fuori consapevolmente), non perché lui mi ritenga mediocre (anzi) ma perché in alcuni casi della mia vita ho lasciato prendere il sopravvento dalla Sindrome di Münchhausen.

S’è fatto tardi. Devo andare a prepararmi che, anche se sabato, ho da fare in agenzia. Mi piace questo post (mi compiaccio), ma vorrei approfondire ulteriormente. Vedremo se ne avrò voglia.

Intanto sono nei cinquanta, anche se fino a giugno ne ho solo 49, e questa mi sembra una bella cosa. O no?

😀

 

 

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